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Bari 19 gennaio 2018
   
   
 
 
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Storia delle Istituzioni giudiziarie della Puglia in età moderna
 
 
 

Giuseppe Bonaparte fa il suo ingresso a Napoli il 15 febbraio 1806, dopo che per la seconda volta Ferdinando IV si era dato alla fuga, e si fa incoronare Re di Napoli e di Sicilia.
La Puglia, parte del regno, si predispone ad accogliere le trasformazioni volute dalla legislazione francese.
Trasformazioni che toccano tutti i campi, ad incominciare da quello sociale ed economico, con l'abolizione del feudalesimo, a quello del riassetto amministrativo, con la riforma elettorale e il decentramento, a quello delle istituzioni giudiziarie.
I napoleonidi siedono sul trono per due periodi: Giuseppe dal marzo 1806 a luglio 1808 e Gioacchino Murat dal 1808 all'ottobre 1815.
Due periodi di grande importanza storica durante i quali furono tracciate le linee maestre di uno sviluppo in termini moderni della organizzazione dello Stato.
Nel campo giudiziario vi fu una vera e propria rivoluzione.
Giuseppe Bonaparte per grazia di Dio Re di Napoli e di Sicilia, Principe francese, grand'Elettore dell'Impero, udito il Consiglio di Stato, pubblicava sul bollettino delle leggi N. 36 del 1808 la legge N. 140 "che contiene l'organizzazione della giustizia".
La legge in questione prevedeva la istituzione nel regno di quattro Tribunali di Appello.
Ad Altamura veniva assegnato il Tribunale di Appello che comprendeva "La Terra di Bari - Basilicata e Terra di Otranto".
Il Ministero dell'Interno il 23 settembre 1807 aveva comunicato al Duca di Canzano, Intendente Generale della Provincia di Bari "la volontà del Re che nella città di Trani risieda il Tribunale di prima istanza per la provincia di Bari e nella città di Altamura risieda il Tribunale di Appello per le provincie di Bari, Terra di Otranto e Basilicata".
La vita di questa istituzione in Altamura durò otto anni, ma la sua inaugurazione dovè subire dei ritardi per la mancanza di una sede idonea.
All'epoca l'edilizia pubblica era pressocchè inesistente, sicchè la decisione di istituire in un luogo invece che in un altro un'attività istituzionale, dipendenva anche dalla disponibilità immediata di idonee strutture immobiliari.
I comuni, pur di non perdere le buone occasioni, si facevano in quattro per predisporre a proprie spese i locali, quali che fossero.
Per Altamura le cronache dell'epoca riferiscono che la prima scelta cadde sul soppresso monastero di S. Teresa.
I lavori furono appaltati e iniziati sotto la direzione dell'Architetto barese Giuseppe Gimma.
Ma di li a poco l'esecuzione della ristrutturazione si fermò per l'esaurimento dei fondi e diverse udienze furono tenute nella casa del magistrato Grimaldi che fu il primo Presidente del Tribunale di Appello di Altamura.
In una delle sentenze di questo Tribunale infatti si legge: "Oggi primo febbraio 1809 in Altamura, alle ore nove precise di Francia, in casa ove abita il signor Presidente per mancanza di comodo nel Locale del Tribunale. Presenti i signori - Grimaldi, Presidente - Acclavio, vice Presidente - Castaldi - Altobelli - Mangoni - Mazzei e De Conciliis, giudici, e li signori De Stefano, Procuratore regio e Coletti, sostituto".
Si pensò quindi al Monastero di S. Chiara.
Il Re infatti dispose che "le poche religiose che vi abitano passeranno in altri monasteri della Provincia di Terra di Bari".
"La spesa pei lavori di riduzione del medesimo locale sarà fatta per la quarta parte dal Comune di Altamura e per la rimanente parte da fondi generali".
Purtuttavia accadde che il Tribunale di Appello di Altamura non trovò sistemazione né nel monastero dei Teresiani, dove nonostante tutto fu inaugurato il 7 gennaio 1809, né in quello delle Clarisse, ma fu il Conte Francesco Viti, Consigliere dell'Intendenza Generale, a risolvere il problema offrendo "il suo palazzo composto di numero 22 stanze ample e comodissime e di una estesa galleria, con la pigione annua di lire 1.672".
Il Monitore Napoletano del 24 gennaio 1809 così descrisse la cerimonia: "In Altamura la installazione del Tribunale di Appello seguì il giorno 7 con molta pomba.
"Il locale a tal uopo destinato era magnificamente adorno: vi intervennero tutte le autorità civili e militari e gran numero di spettatori. I membri del Tribunale prestarono il loro giuramento in mano dell'Intendente della provincia. Quindi, il Presidente e il Procuratore Regio pronunciarono dei discorsi di circostanza, che furono seguiti da replicate grida di viva il Re Gioacchino Napoleone.
"Nel giorno 15, il Prelato di quella città celebrò con sacra cerimonia l'inaugurazione del Tribunale; dopo una solenne messa, cui assisterono tutti i pubblici funzionari e gran concorso di popolo, monsignore con energico discorso espose che l'opera più grande del genio dell'immortale Napoleone era il suo codice, e che il maggiore beneficio di cui devesi eterna riconoscenza al nostro Sovrano è il dono che ne aveva fatto ai suoi popoli: rilevò gli immensi vantaggi che risulterebbero alle provincie dall'avere ciascuna i suoi particolari Tribunali e ad Altamura specialmente dal diventare la sede di un Tribunale di Appello. Dopo il discorso che produsse la più viva sensazione, fu cantato il Te Deum. La sera la città fu tutta illuminata".
Al Tribunale fu assegnato un corpo armato di quarantacinque armigeri e dotato di un carcere e Altamura fu dichiarato Comune di prima classe.
Il Codice Napoleone con la legge innanzi citata che organizzava la giustizia, oltre ai Tribunali di Appello, istituì il Giudice di Pace, i Tribunali di prima istanza in ciascun capoluogo di provincia, tranne che in quello di Bari, come vedremo più innanzi, i Tribunali di Commercio - i Tribunali criminali e la Corte di Cassazione con sede in Napoli. Introdusse inoltre l'istituto del divorzio, una novità per le popolazioni di quell'epoca, a stragrande maggioranza cattoliche, di cui purtuttavia molte coppie pugliesi approfittarono.
Divise quindi le giurisdizioni in volontaria e necessaria, la prima esercitata da arbitri, la seconda dagli organi giudiziari.
Prima della promulgazione delle leggi napoleoniche, l'amministrazione della giustizia era affidata alle Regie Udienze, Tribunale Civile e Penale che giudicava in prima istanza e in appello e che aveva sede in ogni provincia.
La Regia Udienza (luogo deputato a udire le cause) era presieduta da un Preside, coadiuvato da un Caporuota (Presidente di Sezione) e da due Uditori (Giudici).
Il Preside era la figura cardine di un sistema centralizzato che, oltre a svolgere funzioni giudiziarie, svolgeva funzioni amministrative ed aveva un forte potere su tutti i settori della città e sui relativi beni. Il Preside inoltre era governatore militare e politico sottoposto unicamente alla Regia Generale Udienza di Napoli.
Operavano anche i Tribunali feudali che avevano giurisdizione nei loro feudi e che spesso entravano in conflitto di competenza con le Regie Udienze.
I Presidi, con la riforma napoleonica, furono sostituiti dagli "Intendenti" con funzioni civili e amministrative: i futuri Prefetti.
La storia di Bari è piuttosto singolare per quanto attiene sia le vicende amministrative che giudiziarie.
Giuseppe Bonaparte con il decreto dell'8 agosto 1806 designò Bari capoluogo di provincia qualificandola così ad essere sede quanto meno di un Tribunale di prima istanza.
Accadde però che, sotto le pressioni della comunità tranese, Gioacchino Murat subentrato a Giuseppe, revocò il 26 settembre stesso anno tale decreto.
Dovè però ripensarci e di fatto lo riconfermò dopo appena quarantadue giorni. Il 27 novembre 1808 Bari potè definitivamente ottenere l'investitura di capoluogo di provincia che ha mantenuto e mantiene ancor oggi.
Tale investitura automaticamente, in base al nuovo ordinamento giudiziario, candidava la città, come si è detto, ad essere sede di Tribunale.
Come sappiamo per il Tribunale di seconda istanza era stata designata Altamura. Il Tribunale di prima istanza invece restò a Trani con grave disappunto e mortificazione per la città di Bari.
Una deputazione barese si recò a Napoli dove "si andava ad umiliare al Sovrano i desideri del Comune".
Ma lo scippo non fu rimosso.
Anzi, con il ritorno dei Borboni, la situazione peggiorò poiché Ferdinando I preannunciando un nuovo ordinamento giudiziario, istituì a Trani anche il Tribunale di seconda istanza, togliendolo ad Altamura.
Tanto accadeva il 29 maggio 1817.
Da questa data i Tribunali di seconda istanza vennero indicati come Corti di Appello e tale dizione ancor oggi la si può leggere sul frontespizio del palazzo di giustizia di Trani che conserva la dicitura di "Corte di Appello delle Puglie".
Bari, quindi, per decenni fu solo sede di Giudice di Pace e per oltre un secolo lottò con tutti i mezzi per ottenere la sede della Corte di Appello che arrivò il 2 ottobre 1923.
Il primo Giudice di Pace di Bari fu Domenico Sagarriga Visconti che svolse le sue funzioni "con decenza e pubblica utilità".
Il nuovo ordinamento giudiziario di Ferdinando I non introdusse modifiche sostanziali alla legislazione francese.
Abolì naturalmente, da fervente cattolico qual era, l'istituzione del divorzio, mentre il Giudice di Pace cambiò nome e si chiamò Conciliatore.
Come accennato, durante tutto il secolo XIX non vi fu civica amministrazione o pubblica istituzione o associazione culturale che non perorasse con istanze o invio di delegazioni, la installazione a Bari di organi giudiziari e in particolare il trasferimento da Trani della Corte di Appello.
Tutte iniziative non coronate da successo.
Solo in occasione della visita a Bari dell'ultimo Re Borbone, Ferdinando II nel 1859, la città potè ottenere il suo Tribunale di Commercio.
Il primo Tribunale circondariale Bari lo si ottenne invece il 1862 a Regno Unito consolidato, inaugurato l'8 maggio, dopo che il Comune frettolosamente deliberò di investire tutti i fondi disponibili e introiti straordinari per approntare i locali e fornirlo di suppellettili.
Il Primo Presidente del Tribunale di Bari fu Mauro Samarelli - Procuratore Regio, Francesco Zaccaria.
Fu un periodo febbrile di scontri diplomatici e polemiche tra Trani e Bari.
Il Sindaco di Bari, Giuseppe De Gemmis, nella circostanza, scrisse non solo ai colleghi di Lecce e Foggia per interessarli a favore di Bari, ma anche a tutte le amministrazioni del circondario affinchè approvassero una petizione da inviare al Luogotenente Generale delle Provincie Meridonali.
Il deputato barese Giuseppe Massari si fece portatore in Parlamento della proposta.
Ma Trani, imperterrita e caparbia, costituì tempestivamente una commissione di cittadini eminenti come il Marchese Ottavio Trepputi, Savino Scocchera, Giovanni Carcano, Giuseppe Antonacci e Teodorico Soria, non solo per resistere alle richieste di Bari, ma per chiedere al Governo che anche il territorio della Capitanata entrasse a far parte della Corte di Appello delle Puglie. Cosa che poi ottenne.
Di fatto gli avvocati baresi sino al 1862 per patrocinare le loro cause in Tribunale dovevano recarsi a Trani, cosa che continuarono a fare per le attività in Corte di Appello sino all'ottobre 1923.
Trani era sede anche della Gran Corte Criminale e di una Corte Speciale per i reati politici e di brigantaggio.
Il Governo non volle mutare l'assetto delle cose, salvo per quanto riguarda la Corte di Assise che nel maggio 1864 fu istituita a Bari con il nome di "Corte straordinaria del Circolo di Trani da sedere nella città di Bari".

Nel 1860 si concludeva la lunga vicenda borbonica in Italia e subito si ritornò a parlare della riforma dell'ordinamento giudiziario.
Già Rattazzi nel 1853 aveva presentato al Parlamento Subalpino un progetto di legge riguardante appunto l'ordinamento giudiziario, che venne riproposto il 13 novembre 1859.
Legge modellata strettamente su quella francese (furono mantenute infatti conquiste essenziali come il pubblico dibattimento, la pubblicità del giudizio, la giuria introdotta il 1848 per i soli reati di stampa e poi estesa ai reati di competenza della Corte di Assise il 1859) mutuando da questa lo spirito disciplinare come scrive Mario D'Addio nel saggio "Politica e Magistratura" - Giuffrè 1966 - cioè "la preoccupazione di garantire al ministro, e quindi al governo, la possibilità di esercitare un efficiente controllo su tutto l'ordine giudiziario e di poter influire, in determinati casi di particolare interesse politico, sull'amministrazione della giustizia". Una legge, quella progettata dal Rattazzi, che condizionò le sorti della magistratura italiana sino al 1907, allorchè venne introdotta la legge presentata da Orlando.
In altri termini il nuovo ordinamento giudiziario, svuotava di ogni valenza l'indipendenza e l'autonomia dei magistrati.
A tanto si aggiungeva il mancato conseguimento della unificazione dei codici in linea con la unificazione dei vari Stati che ormai costituivano il Regno d'Italia.
E purtuttavia la nuova legge sull'ordinamento giudiziario veniva estesa a tutti gli Stati annessi senza tener conto dei danni e delle disfunzioni che ciò avrebbe provocato all'amministrazione della giustizia del tutto impreparata a riceversi un corpo estraneo di fattura squisitamente piemontese.
Era evidente che, a seguito della unificazione, ci si sarebbe trovati di fronte a tradizioni giuridiche e amministrative diverse e spesso inconciliabili.
Un macroscopico errore aggravato dai decreti dei luogotenenti che presiedevano i vari Stati annessi e che erano muniti di veri e propri poteri legislativi.
I primi a ribellarsi a questa incongruenza furono gli avvocati delle provincie napoletane.
Nonostante ciò, la luogotenenza napoletana il 17 febbraio 1861 pubblicò la legge organica del settore legislativo che sostanzialmente non poteva divergere da quella piemontese.
Essa in definitiva confermava l'istituzione dei giudici conciliatori, sostituiva ai giudici del circondario quelli mandamentali.
Venivano quindi istituiti i Tribunali in sostituzione del giudice monocratico circondariale, composti, come nella struttura durata sino ai nostri giorni, salvo a tener conto delle recenti riforme, di un Presidente e di due giudici.
Venivano confermate le Corti di Appello e le Gran Corti Criminali venivano sostituite con le Corti di Assise.
La Corte di Cassazione e il Pubblico Ministero ripetevano alla lettera la disciplina prevista dall'ordinamento piemontese.
Il foro napoletano con le provincie annesse e con il foro di Trani e Bari, non si diede per vinto e l'8 marzo 1861 rivolse al luogotenente generale del Re nel territorio napoletano, principe Savoia Carignano, una protesta con la quale si sottolineava che l'imposizione del nuovo ordinamento giudiziario toccava "tradizioni care all'universale e sistemi suggellati da lunga e felice esperienza nell'amministrazione della giustizia".
Le rimostranze furono tali, estese anche alla Sicilia, che il governo avvertì la necessità di rivedere tutta la circoscrizione giudiziaria napoletana.
I decreti luogotenenziali pertanto furono sospesi sino al 1° gennaio 1862.
Si pervenne quindi ad alcune modifiche e successivamente con il R.D. del 6 dicembre 1865 si confermarono i Conciliatori su tutto il territorio nazionale sul modello della legge napoletana, al posto dei giudici del mandamento si ebbero i Pretori, aumentandone le competenze, ma per il resto l'assetto giudiziario della legge Rattazzi restava immutato.
In definitiva il principio, tanto caro alla destra liberale, secondo il quale il governo doveva esercitare una continua sorveglianza su tutto l'ordine giudiziario non veniva toccato.
Ciò in perfetto riscontro alla dizione statutaria che "La giustizia emana dal Re".
I primi effetti dannosi di tali principi si abbatterono proprio sulla magistratura della provincia di Napoli che comprendeva anche Trani e Bari.
Furono addebitati ai magistrati meridionali complicità con il regime borbonico, parzialità nelle sentenze e strumentalizzazione nell'esercizio del potere.
Si disse che "La magistratura napoletana, salvo onorevoli eccezioni, è stato lo strumento principale della tirannia borbonica".
Venne quindi costituita una commissione "censoria" per "scrutinare" la condotta dei funzionari appartenenti all'ordine giudiziario e per valutare il comportamento politico dei magistrati in quel periodo.
Fu l'epurazione con destituzioni, collocamenti a riposo, trasferimenti e nuove nomine.
A seguito di questi provvedimenti, la magistratura nel sud, era stata rinnovata per nove decimi.
Prima che fosse istituito a Bari il Tribunale di prima istanza nel 1862, come abbiamo già riferito, le attività giudiziarie si svolgevano in una struttura del borgo antico chiamata palazzo del Vescovo di Polignano.
Poiché questa palazzina ospitava anche la casa comunale e il carcere, la via, nella toponomastica del borgo, veniva indicata come Via delle Carceri.
Successivamente prese il nome di Via Palazzo di Città che mantiene tutt'ora e che è posta sulla strada che porta alla Basilica di S. Nicola.
Edificio che sin dal cinquecento era stato sede di Audienze Regie.
Il primo Palazzo di Giustizia di proprietà comunale invece venne realizzato nel 1872 su un progetto dell'Arch. napoletano Castellaneta.
La costruzione fu eseguita a ridosso del Teatro Piccinni, all'epoca Teatro Margherita, a Via Cairoli angolo Corso Vittorio Emanuele.
In origine in quello stesso luogo doveva sorgere un albergo con annessa sala da gioco, ma il Comune optò per la realizzazione del progetto Castellaneta non solo per sgravarsi una buona volta degli oneri di fitto corrisposti per decenni per la sede giudiziaria sita nel borgo antico Via Palazzo di Città, ma anche per fornire ambienti più funzionali e centrali ad un servizio essenziale per i cittadini, essendo la vecchia sede già dall'inizio fatiscente ed indecorosa.
Per avere un'idea delle condizioni degli ambienti di Via Palazzo di Città in cui operavano le pubbliche istituzioni, basta rileggere quanto scriveva il Vice-Sindaco di Bari all'Intendente nel gennaio 1865: "Lo stato lurido e di degradazione di questa Casa Comunale, che da lunga serie di anni non ha ricevuto alcuna manutenzione, è tale da non potersi descrivere. Per quella dovuta e reclamata decenza di un capoluogo di provincia, e per la sicurezza di un pubblico archivio, trovo indispensabile accorrere alle pronte riparazioni".
Bari pertanto ebbe la prima sede degli uffici giudiziari di proprietà con ingresso da Via Cairoli n. 2, sede che funzionò sino al 1921, epoca in cui, preannunciandosi il trasferimento a Bari della Corte di Appello, fu gioco forza per l'Amministrazione Comunale trovare soluzioni più durature e adeguate.
La soluzione fu trovata nel palazzo di Piazza Cesare Battisti di Bari, di cui parleremo pià innanzi, e tale è rimasto sino agli anni '60.
Il Tribunale di Commercio che, come abbiamo accennato fu istituito a Bari il 1859, ha tutta un'altra storia.
Questi erano Tribunali speciali, poi assorbiti da quelli ordinari nei quali ancor oggi costituiscono una sezione relativa alle società, fallimenti, esecuzioni, introdotti dalla legge francese il cui collegio era composto da cinque giudici "scelti nel ceto dei negozianti".
Così recita l'art. 37 della legge istitutiva: "Appartiene al Tribunal di Commercio la cognizione di tutte le cause di società di negozio, di assicurazioni, di noli, naufragi, getti, avarie, di cambiali trajettizie, di commissioni, ordini, e lettere mercantili, e di qualunque contratto per cagion di commercio, così cogli esteri, come tra gli abitanti del circondario, che verrà fissato a ciascun tribunale. Le questioni tra marinai, come equipaggio di bastimenti, tra questi ed i padroni o capitani, per salari, o partecipazioni e fra padroni e passeggeri: le questioni fra mezzani e fra mezzani e negozianti per cagion di commercio sono altresì di competenza del Tribunal di Commercio".
La città di Bari il 1859 era in pieno sviluppo edilizio. I 38 isolati del borgo murattiano erano in via di completamento secondo l'impianto urbanistico progettato dagli architetti Palenza e Viti.
La popolazione aveva avuto un notevole incremento, raddoppiando la sua presenza a partire dai 19.000 abitanti del 1815 agli oltre 30.000 dell'epoca.
La linea intorno alla quale la città andava delineandosi, era costituita dal Corso Ferdinando, oggi Via Sparano.
L'espansione urbana aumentò le occasioni per un traffico commerciale più competitivo, più disciplinato, più consapevole.
Purtuttavia, anche per far entrare in funzione il Tribunale di Commercio si pose il problema delle strutture e della sede.
Sede che doveva ospitare anche la Borsa Cambiali e un ufficio per la "Pegnorazione merci".
Il Ministro delle Finanze il 19 febbraio 1859 faceva presente che "Le due prime di queste interessanti istituzioni potrebbero rendersi adatte da oggi, senz'attendere l'edificazione già ordinata di appositi fabbricati che richiede degli anni, sol che si trovassero locali atti alla provvisoria installazione sia del Tribunale di Commercio, come della Borsa dei Cambi".
Per la "pegnorazione delle merci se ne doveva riparlare e predisporre un progetto meritevole della disposizione opportuna....".
Interessata tempestivamente l'amministrazione locale il 24 febbraio rispondendo alle sollecitazione del Ministro, tramite l'Intendente, per quanto riguardava almeno la sistemazione della "Borsa", si affrettava "a rassegnarle per la immediata attuazione di questa, che il locale che provvisoriamente potrebbe destinarsi all'uso, sarebbe l'antico gran Caffè nella Piazza Mercantile proprietà di Luigi Isacco, locale che potrebbe ottenersi per il fitto di circa ducati 70 sino ad agosto. E per le innovazioni e mobilio a farsi occorrerebbero circa altri 70. F.to il Sindaco Capriati".
Il 29 marzo il problema non era ancora risolto e il vice-presidente della Camera Consultiva di Commercio Giovanni Diana riferiva all'Intendente che "In adempimento alle disposizioni dell'Eccellenza Ministro delle Finanze, si potevano prospettare tre soluzioni".
La prima riguardava la Borsa per la quale si ribadiva l'opportunità di allocarla nell'antico Caffè di Piazza Mercantile e più dettagliatamente si fornivano dati circa le spese occorrenti.
Per il Tribunale di Commercio si consigliava invece di insediarlo "temporaneamente nella Casina Comunale e in agosto di traslocarlo nel palazzo Chiurlia. Ma siccome il palazzo trovasi fittato per parecchi altri anni all'industriante di tele di cotone Domenico Leone, onde averlo disponibile in agosto, prego Lei compiacersi interporre presso il D. Leone con la sua autorità, ingiungendogli di trovarsi da oggi altra abitazione".
Insomma, per far posto al Tribunale di Commercio, l'Intendente di autorità doveva sfrattare un libero cittadino per di più industriale.
Il terzo punto della lettera riguarda la sede della "pegnorazione delle merci doganali"; il Diana segnalava la disponibilità "di due magazzini idonei alla bisogna" situati accanto alla Dogana e un terzo sulla vicina strada del molo di S. Antonio. Aggiungeva il Diana che "d'agosto venturo in poi saranno molti altri di più disponibili. F.to Diana - Vice Presidente - Il Segretario Giuseppe Santoliquido".
Il 19 aprile però il Ministero dell'Interno 3° Dipartimento era ancora in attesa di conoscere con quali fondi il Decurionato intendeva mantenere il Tribunale di Commercio.
Il 28 stesso mese, sempre la 3^ Ripartizione del Ministero dell'Interno con una lunga lettera e con puntuali riferimenti alla legge in materia (legge organica dell'ordine giudiziario del 29 maggio 1815) chiedeva che si provvedesse alla scelta dei componenti dell'Istituito Tribunale di Commercio (ma ovviamente non ancora in funzione), e all'uopo era necessario che il Consiglio Provinciale entro Maggio prossimo si riunisse per la formazione delle "triple".
"Per il conseguimento di questo scopo - aggiunge il Ministero - (vale a dire per il funzionamento del Tribunale di Commercio) occorre anche provvedersi ai fondi necessari per il pagamento del Cancelliere in annui 400 ducati pagabili mensilmente, per il mantenimento degli impiegati della Cancelleria secondo la pianta che vorrà determinargli per le spese di primo stabilimento, per le spese minute del Tribunale, per quant'altro occorre al servizio dell'enunciato Collegio. I fondi per tutte queste spese dovrebbero essere somministrate dal Comune di Bari secondo le disposizioni del R. Decreto del 6 aprile e 4 luglio 1819 pe' Tribunali di Commercio di Monteleone e Reggio. In compenso il Comune di Bari farebbe propria la porzione dei diritti di cancelleria.
A seguito di ciò l'Intendente di Bari chiedeva lumi al suo collega di Foggia il quale con sua del 30 aprile informava che "il mobilio ed altri oggetti di prima messa del Tribunale di Commercio di questo Comune furono provenienti da fondi di questo Comune allorchè il Tribunale stesso veniva installato nel 1818".
Posteriormente avendo dovuto riattarsi il mobilio e provvedersi agli oggetti resi fuori di uso, la relativa spesa per ordini superiori si è pagata da fondi Comunali Speciali per misura conguagliata ed equivalente di amministrazione.
Il locale poi del Tribunale è stato sempre fornito a spese da fondi suddetti speciali. F.to il Segretario Generale".
Il principio era ormai chiaro: per avviare le attività della istituzione, il Comune doveva provvedere a tutto, dai locali, agli arredi, agli stipendi del personale.
Ed era già un gran vantaggio che i giudici del Tribunale di Commercio prestavano la loro opera gratis.
La situazione doveva essere veramente drammatica se ancora il 18 giugno 1859 sempre il 3° Dipartimento del Ministero dell'Interno poteva nuovamente far presente all'Intendente di essere "tuttora in aspettativa della sua risposta circa il locale e i fondi bisognevoli per lo stabilimento del nuovo Tribunale di Commercio. La prego perciò per le premurose istanze che mi vengono fatte la Ministero di Grazia e Giustizia a volerla affrettare. F.to il Direttore Boscia".
Successivamente il Ministero dell'Interno di concerto con quello di Grazia e Giustizia, comunicava all'Intendente le disposizioni del Sovrano in ordine alla organizzazione della Cancelleria del Tribunale e agli emolumenti da riconoscere al personale "a simiglianza de' due Tribunali di Commercio di Foggia e Monteleone".
Riproduciamo tale nota per la curiosità che si offre al lettore di constatare come nulla veniva trascurato e di conoscere il trattamento economico dell'epoca riservato al Cancelliere, al sostituto Cancelliere, ai due Commessi, portiere e "custode coll'abitazione del Tribunale".
Anche le carte da bollo, registri e altre spese di scrittorio venivano puntualmente predeterminate con l'intesa che il Comune avrebbe potuto rifarsene con l'introito della quota dei diritti di cancelleria "per quanto questa lo consente".
A seguito di questa nota, il Decurionato si raccoglieva in seduta l'11 aprile 1860 e deliberava di provvedere, oltre al locale e alle "spese designate dal Sovrano rescritto del 18 febbraio anche gli oggetti di prima messa di quant'altro potrà occorrere alla sua sostituzione".
All'uopo il Decurionato, alla unanimità, ingiungeva all'Architetto Civile Di Vincenzo Fallacara: "consegni il debito progetto di spesa di tutto il bisognevole alla istituzione del detto Tribunale" da sottoporre "subito alla 1^ tornata. F.to il Sindaco Capriati".
Intanto la volontà di costruire un edificio capace di accentrare gli uffici sia del Tribunale di Commercio, sia della Camera Consultiva sia della Borsa non veniva meno da parte degli amministratori locali.
Con nota del 24 giugno 1860 il solito direttore del Ministero dell'Interno faceva presente all'Intendente della città di aver "Adempiuto al dovere di umiliare alla Maestà del Re il progetto dello stato stimativo dell'edificio da costruirsi ..... il quale era stato già esaminato dal Consiglio d'Ingegneri di Ponti e Strade, il quale, nel trovar degno di approvazione tutto il progetto si avviava a dover portare alla pianta delle modificazioni".
Finalmente il 25 agosto 1860 in un'altra nota del Ministero dell'Interno si parla di Collegio Giudicante del Tribunale di Commercio.
Purtuttavia la sede è ancora di là da venire e il solito direttore ministeriale chiede che, avendo il Ministro di Grazia e Giustizia provveduto al personale di cui dovrà essere composto il Tribunale di Commercio in codesta città, lo stesso Ministro "mi fa premura perché detto Collegio venga al più presto installato nella Casa Comunale già destinata provvisoriamente all'oggetto e fornito della necessaria mobilia, onde essere al caso di regolarmente amministrare giustizia".
L'Intendente risponde il 31 agosto dicendo che "La mobilia pel Tribunale di Commercio da attuarsi in questo capoluogo si sta confezionando perciochè potria essere senz'altro indugio installato, essendo anche pronto il locale: se non che niuna partecipazione ufficiale della nomina del Cancelliere qui è giunta".
Sottolinea ancora l'Intendente: "Non si è provveduto dal Ministero di Grazia e Giustizia sulle rinunzie alla carica de' giudici supplenti Sig. Damiani ed Avella e sulle osservazioni manifestate da questa intendenza contro la nomina a giudice del Sig. Venanzio Triggiani".
Questo carteggio rappresenta uno spaccato dei rapporti tra centro e periferia, del sottofondo burocratico che emerge insidioso in presenza di ogni piccolo o grande problema, della puntigliosità con cui si eseguono le decisioni, la qual cosa le rende esasperate e poco praticabili.
Si ha la sensazione di un girare a vuoto e che tutti, al di là dell'impegno e della volontà che ostentano nell'affrontare i problemi, sono irrimediabilmente cauti.
All'apparenza si potrebbe dire che tale puntigliosità ed eccesso di burocrazia privilegia "la trasparenza" e la correttezza amministrativa, ma di fatto alla base si intuiscono intrighi, diffidenze, indugi e soprattutto l'attenzione a circoscrivere in limiti precisi le proprie responsabilità.
L'Intendente, come si è visto, era il filtro tra periferia e centro, ma non si limitava ad essere solo un "passaparola". Egli rappresentava lo Stato, o più precisamente il Re e quindi esercitava non solo un controllo amministrativo, ma anche politico sulla vita del capoluogo fornendo al centro notizie riservate su cose e uomini, partecipando osservazioni e suggerimenti che favorivano o bloccavano decisioni e iniziative locali.
Tornando al Tribunale di Commercio, nonostante tutto il movimento e l'interesse che si era creato intorno, la istituzione a settembre del 1860 non riusciva ancora a decollare.
E il 23 settembre appunto, per la prima volta, compare un messaggio ufficiale su carta intestata della Presidenza di detto Tribunale, prova questa che almeno di una parte del materiale esso era stato dotato e che il Collegio giudicante era stato formato.
Il contenuto del messaggio è deprimente, anche se nello stesso tempo induce ad un mezzo sorriso.
"Fin qui non si è potuto attuare il Tribunale - dice il Presidente designato, il primo Presidente del Tribunale di Commercio barese - che pur chiamato a reggere, sia perché il locale destinato all'uopo non è ancora pronto, sia perché neppure pronti sono i mobili malgrado le ripetute premure fatte a voce a questo sindaco di modo che inutilmente mi trovo in questa città fin dal 10 agosto or scorso.
A far quindi che altro indugio non si frapponga, sento il bisogno di interessare l'autorità di lei tanto più perché l'Ecc.mo di Grazia e Giustizia deve spesso prendere conto se il Tribunale venga o non inaugurato.
Momentaneamente poi mi occorrono i suggelli per lo meno, troppo necessari per la corrispondenza ufiziale".
Automaticamente l'Intendente passa al Sindaco "le suppliche" del Presidente con la sua del 27 successivo, il quale sindaco si giustifica ricordando che "non ancora si è messa a completo la mobilia" ma che l'artefice costruttore "ha promesso la fornitura fra quindici giorni".
Per quanto riguarda i suggelli invece non si sa se "debbono venire dalla Capitale o se debbono confezionarsi qui, nel qual caso è necessario avere il modello".
Spunta così all'improvviso un personaggio inatteso, vale a dire il falegname, ovvero l'artefice costruttore della mobilia, tale Sebastiano Scarano il quale con la sua del 2 ottobre, con riferimento a quanto scritto nel contratto di appalto "siccome egli manca di mezzi opportuni a pagare i travagliatori" "per la completazione dei mobili, prega la giustizia perché voglia benegnarsi di disporre che gli sarà data un'anticipazione".
Incredibile come tutto si ripete e nulla cambia.
A dispetto di tutto però il 26 novembre 1860 il Tribunale di Commercio si insedia finalmente, tanto che il Presidente si affretta a chiederne l'annunzio "sul giornale di codesto Governo".
Il problema però della costruzione di un edificio che accentrasse tutte le istituzioni interessate al Commercio continuò per molto tempo ad angosciare le autorità.
Mancavano, come si sa, i fondi e allora si pensò di raccogliere azioni da parte dei negozianti.
Se ne occupa in una lettera del 1° gennaio 1861 l'Intendente, divenuto nel frattempo governatore della provincia, che sollecita il vice-presidente della Camera Consultiva a dare esecuzione alle delibere già assunte.
Ma a quanto si evince da un'altra nota del Governatore al 15 giugno 1861 le cose erano ancora in alto mare facendovi riferimento alla trasmissione al Sindaco della città "delle condizioni che debbono servire di base all'appalto dell'opera".
Ed ancora in alto mare lo erano alla data del 14 dicembre 1863, allorchè il nuovo presidente del Tribunale di Commercio torna a rivolgersi al Governatore della provincia, nel frattempo divenuto Prefetto, preoccupandosi del fatto che il Municipio aveva disdettato il locale nel quale il Tribunale aveva trovato posto, evidentemente per questioni di pigioni, chiede che "si provvegga a tempo per altra Casa per il 10 agosto del veniente anno 1864, allorchè andrebbe a termine l'affitto in corso, ma più decente e analoga per un locale di giustizia, poiché l'attuale non presenta né decenza né comodità".
Chiede anche il Presidente che "dovendosi appigionare altra casa, desidererei che la venga fatta con la mia intelligenza, onde allontanare così gli inconvenienti che or si lamentano" vale a dire la istituzione la devo gestire io e quindi quanto meno chiedete il mio parere.
Il messaggio non restò inascoltato ed infatti il 24 dicembre 1864 l'assessore delegato del Sindaco comunica che, d'accordo con il Presidente del Tribunale, aveva rinvenuto altro locale "sito nello Stradone del Corso Vittorio Emanuele limitrofo alla locanda del progresso". "L'annuale fitto richiesto definitivamente è di lire 80".
Non sfuggirà all'attenzione e alla curiosità del lettore sia il fatto che la progettazione della mobilia risulta affidata ad un architetto Vincenzo Fallacara sia la notazione dalla quale si rileva, in aggiunta al costo dell'opera, un quattro per cento previsto per il progetto, direzione e misura finale, giusta i Regolamenti.
Ma la miglior sorpresa sta nell'ultima clausola del documento che segna le 20,00 ducati "Per le opere impreviste e non calcolate".
Questa riportata è la sintesi della cronistoria che accompagnò il sorgere in Bari del Tribunale di Commercio, ma anche della Camera Consultiva e della Borsa che andarono concretizzandosi di pari passo con il primo, anche se ebbero a conti fatti miglior fortuna.
Si tratta di istituzioni, come si è già detto, che la Città di Bari aveva richiesto non appena costituita Capoluogo di Provincia, cioè dal 1808.
Ci è voluto mezzo secolo perché esse divenissero realtà. Una realtà, come si è visto, sfuggente, evanescente, piena di rammenti, di soluzioni sofferte e improvvisate.
E non può certo dirsi che la colpa fosse del governo e del Sovrano.
Immaginatevi cosa sarebbe accaduto se, accanto al Tribunale di Commercio, la città avesse ottenuto le altre istituzioni giudiziarie, Tribunale e Corte di Appello, che anche e ripetutamente si erano invocate dall'inizio del secolo.
Naturalmente la conflittualità in materia commerciale doveva pur avere sfogo prima della installazione del Tribunale di Commercio.
Una conflittualità che doveva essere notevole atteso il rilevante numero di decisioni emesse, circa un migliaio all'anno.
Anteriormente a tale data i giudizi in materia commerciale dei baresi venivano decisi dal Tribunale di Commercio di Trani.
La prima sentenza del Tribunale di Commercio barese, formato da negozianti in funzione di giudici secondo le norme procedurali del codice di commercio innanzi evocate, porta il n. 350 e fu emessa il 19 dicembre 1860.
Come si è visto il nostro Tribunale venne inaugurato nel novembre 1860.
Il collegio giudicante era composto dal Presidente Giuseppe DE STASI di cui abbiamo già parlato e dai componenti Pasquale DI CAGNO, Vincenzo DIANA, Lorenzo MILELLA (Giudici); Raffaele COGNETTI (Supplenza); Erasmo CANNAVALE (Cancelliere).
Tutti ovviamente negozianti.
Pasquale Di Gacno, capostipite di valorosi avvocati e magistrati baresi, tra cui Tommaso Di Cagno, pronipote, già Presidente del Tribunale di Trani deceduto pochi anni fa, fu il secondo Presidente del Tribunale di Commercio barese.
Tra gli altri componenti del collegio giudicante, succedutisi nel tempo, va ricordato Felice Garibaldi, commerciante di olio, fratello del più noto Giuseppe l'eroe, il quale, trasferitosi a Bari ha poi annoverato nella sua famiglia diversi imprenditori, uno dei quali, Giuseppe sino al 1960 sedeva in Consiglio Comunale.

L'immobile di Piazza Cesare Battisti era stato costruito a fine ottocento e adibito ad edificio scolastico intitolato a Umberto e Margherita frequentato da studenti che poi si sono ritrovati a svolgervi attività di avvocati come Giovanni Scianatico, Luigi Losacco, Pasquale Scorcia, Arcangelo Majone, Vittorio Russo Frattasi, Giovanni Brunetti, Pasquale Guastamacchia, Mimì De Bellis e così via.
Un immobile maestoso ristrutturato e completato per l'occasione dall'amministrazione commissariale retta dall'Avv. Camillo De Fabritiis composto da piano terra e due piani sopraelevati con un frontale ampio che partiva da Via Crisanzio per finire a Via Garruba.
Aveva la connotazione tipica dell'architettura ottocentesca con una facciata solcata da una teoria di finestre e cornici che segnavano la divisione dei piani. All'apice un torrione triangolare con la scritta "Palazzo di Giustizia".
Si accedeva da un portale ampio e massiccio, un atrio vasto, arioso e severo a volta alta circondato da un colonnato marmoreo che dava l'immagine di un tempio.
Tutti gli spazi furono sfruttati accuratamente, ma la possibilità di accogliere al meglio le cancellerie, gli uffici dei magistrati e le aule giudiziarie si manifestò sin dai primi tempi problematica tanto che la Pretura trovò ospitalità nel Palazzo delle Poste di Via Garruba.
In ogni caso un salto di qualità, non certo di poco conto rispetto al passato, era stato compiuto e Bari finalmente poteva vantare un Palazzo di Giustizia degno di questo nome che ha lasciato il segno nella memoria di tanti addetti ai lavori, magistrati, avvocati, cancellieri che per quasi cinquant'anni vi hanno lavorato e consumato un tratto della loro vita.
Il Foro di Puglia divenne ben presto punto di riferimento e centro di attenzione, ricco, come si diceva allora di "principi del pensiero e della parola". Foro dotto e gentile, sempre per usare espressioni dell'epoca nel quale spiccavano da protagonisti avvocati come Leonida Colucci, Gennaro Venisti, Antonio Adamucci, Luigi Milella, Michele Squicciarini, Giuseppe Cataldi, Giuseppe Capruzzi, Raffaele Bovio, Giuseppe Lembo, Re David, Ferdinando Cipparoli, Saverio Starita, Modesto Palasciano, Attilio Perrone-Capano, i fratelli Girone, Cesare Sorja, Giuseppe Suppa e tanti altri.
Il 1930, a tre anni dalla sua istituzione, il distretto della Corte contava 257 uffici di Conciliazione e 68 Preture con 29 sedi distaccate.
Con la creazione di nuove province anche Taranto e Brindisi ebbero il loro Tribunale.
Gli affari del Tribunale di Bari iscritti a ruolo in quell'anno furono circa 4000 e vennero pronunciate 2000 sentenze.
I giudizi per l'annullamento di matrimoni e separazioni furono complessivamente 7113, 6 per disconoscimento di paternità, uno solo per ricerca di maternità.
I ruoli della Corte di Appello segnarono 1289 cause nuove. Ne furono decise 1083.
Questioni di rilevante importanza la Corte dovè affrontare in materia di proprietà immobiliare dovendo decidere l'efficacia degli Statuti Murattiani del 1813 e 1814. Ne conseguirono massime fondamentali per disciplinare i rapporti tra Statuti e Regolamento edilizio.
Anche il settore del lavoro ebbe un'attività intensa per quei tempi con 825 cause di cui 398 conciliate e 201 decise.
La magistratura del Lavoro fu istituita con la legge del 3 aprile 1926, chiamata a decidere solo in grado di appello sulle decisioni dei collegi dei probiviri e delle commissioni dell'impiego privato.
Collegi questi poi soppressi nel 1928, sicchè il contenzioso del lavoro fu devoluto in primo grado alla Magistratura ordinaria.
Si trattava di materia nuova disciplinata da varie leggi non ancora accorpate in un vero e proprio Codice del Lavoro.
Fra le più importanti massime proclamate dalla Magistratura del Lavoro dell'epoca è da ricordare quella che decise "essere incompetente la Magistratura del Lavoro a conoscere delle controversie di lavoro tra le associazioni sindacali riconosciute e i loro dipendenti".
Sul punto non esistevano precedenti e la decisione poi venne confermata in sede di appello.
Trattavasi di un'impiegata che, licenziata dalla Confederazione Nazionale dei Sindacati Fascisti, Ufficio Provinciale di Terra di Bari, aveva citato il liquidatore della detta associazione per le indennità che riteneva spettarle.
Nel settore penale il primo posto toccava ai reati contro il patrimonio, furti e rapine.
Al secondo posto le lesioni volontarie e i "delitti di lingua" come venivano definiti i reati di diffamazione e ingiurie.
Poche le denuncie per procurati aborti, 35 nel 1929. Ma i casi dovevano essere molto di più se si tiene conto degli ambienti e della complicità con la quale veniva procurata la interruzione della gravidanza.
Rilevanti invece gli omicidi volontari spesso di straordinaria gravità come patricidi, uxoricidi e fratricidi.
Furono 7011 i procedimenti penali istruiti dalla Sezione d'Accusa. 24857 procedimenti penali invece furono espletati dai Pretori nel 1929. 5777 quelli giunti dinanzi i Tribunali e 1586 dinanzi la Corte di Appello.
Anche la delinquenza minorile rappresentava un tormento per la magistratura dell'epoca, materia regolata da leggi speciali e quindi quanto mai delicata e gestita con comprensibile difficoltà. Le leggi speciali erano varie e numerose e rappresentarono sempre un cruccio per i magistrati che dovevano interpretarle ed applicarle con senso della misura tenendo conto della gravità delle trasgressioni che andavano dalla semplice contravvenzione a delitti veri e propri.
Con il passare degli anni e con la fine del Fascismo, Bari ebbe una fase di maggiore sviluppo e si trasformò, specie sotto il profilo edilizio, enormemente; ciò dovuto anche a causa dell'eccezionale inurbanimento da parte dei territori limitrofi e per l'abbandono delle campagne.
Il vecchio Tribunale invecchiava come invecchiava la generazione degli avvocati e dei magistrati che l'avevano inaugurato e dato vita.
Era ormai un monumento, un simbolo dal respiro affannoso, dal cuore affaticato, tanto carico di esperienze ma anche di ingiurie del tempo.
Andava curato e custodito come tutte le cose grandi, come tutte le testimonianze del passato che fanno la storia.
Ma tanto non accadde e quel simbolo oggi si rintraccia, non senza difficoltà, sulle rare immagini fotografiche.
Il Palazzo di Giustizia - dicevamo - un tempio, forse meglio un girone dantesco in cui ci sono tutti: sicari, assassini, imbroglioni, avventurieri, vagabondi, madri di famiglia e puttane, spie politici, intellettuali, maniaci e folli, mercanti e accattoni, principesse e ladri, poveri e ricchi, uomini pii e malvagi, sfruttati e sfruttatori.
Nel 1923 erano trecentotrentacinque tra avvocati e procuratori gli iscritti all'Albo dell'Ordine Forense di Bari.
Circa 24 mila erano gli iscritti in tutta Italia, di cui il 42% occupavano seggi in Parlamento.
La Città di Bari all'epoca contava 172 mila abitanti.
La prima donna avvocatessa iscritta all'Albo il 24 novembre del 1930, fu Letizia Abbaticola, barese puro sangue, seguita da Catalano Maria Giuseppina di Acquaviva delle Fonti iscritta il 31 agosto 1932.
Il Consiglio dell'Ordine era composto dall'Avv. Comm. Capaldi Giuseppe - Presidente - dal Segretario Consigliere A. N. De Divis, dal Tesoriere Lopez comm. Davive e dai Consiglieri: Amoruso-Manzari Cav. Uff. Michele, Bianchi Comm. Stefano, Borracci Cav. Giacomo, Bovio Raffaele, Canudo Vincenzo, Carbonara Cav. Vincenzo, Conenna Vito, Losacco Raffaele, Palasciano Comm. Modesto, Sorja Comm. Leonardo, Starita Comm. Saverio, Taranto Cav. Giovanni. Si è detto e si è scritto molto sulla posizione degli avvocati durante il fascismo e sul loro comportamento individuale e collettivo.
A Bari, come altrove, con l'avvento del fascismo, anche l'avvocatura si predispose a convivere con regole nuove sia politiche, sia sociali, sia economiche, vale a dire con un ordine nuovo.
Anche sotto il profilo deontologico le regole cambiarono radicalmente nel senso che chi si accingeva all'esercizio professionale aveva l'obbligo di rendere un particolare giuramento che integralmente si riproduce e che, diversamente da giuramento di epoche politiche precedenti, imponeva in modo esplicito e categorico l'obbedienza al Duce e "di servire con tutte le mie forze e, se necessario, col mio sangue, la causa della Rivoluzione Fascista".
Presupposto ovvio per l'iscrizione all'Albo era l'iscrizione al partito e al Sindacato Fascista Avvocati e Procuratori.
Il giuramento come innanzi concepito fu imposto con la legge N. 454 del 1926 e le cronache dell'epoca raccontano che oltre duemila avvocati furono immediatamente radiati dall'Albo sia per precedenti di antifascismo sia per non aver voluto rendere l'ossequio agli "interessi superiori della Nazione", vale a dire al nuovo regime.
Per l'iscrizione all'Albo fu fissato un periodo di praticantato di cinque anni e il superamento di un esame di stato per l'abilitazione alla professione, cosa che rese l'accesso all'avvocatura ancor più difficile, oneroso e quindi selettivo.
Venne inoltre istituito il numero chiuso, con conseguente e ulteriore riduzione degli iscritti.
Infine fu istituito il Consiglio Superiore Forense composto per metà da membri di nomina governativa e con personale esecutivo fornito dal ministero, con funzioni disciplinari sui singoli iscritti e di controllo finanziario sugli Ordini.
Il regime istituì nel 1926 il Sindacato Unico obbligatorio quale rappresentante legale della categoria.
I Consigli degli Ordini degli Avvocati furono viceversa soppressi con un R.D.L. del 1928, onde dare spazio ad una struttura corporativa.
Da questo momento infatti gli organi ufficiali rappresentativi degli Avvocati si chiamano Commissioni Reali, poi sciolte con R.D. N. 1578 del 27 novembre 1933 per essere sostituite da Direttori e Sindacati Territoriali di categoria.
Si deve giungere al 1944, subito dopo la caduta del Fascismo, per ottenere la istituzione del Consiglio Nazionale Forense, quale primo organismo di rappresentanza e di coordinamento dei vari Ordini sparsi sul territorio.
L'insediamento della Corte di Appello, come già definito, avvenne a Bari il 2 ottobre 1923 in pieno consolidamento dell'era fascista.
Il Partito Nazionale Fascista si vantava di essere "la fonte giuridica primigenia" del regime.
Mussolini lo avrebbe definito "datore di leggi e fondatore d'istituti" - "educatore e promotore di vita spirituale".
Il linguaggio ufficiale era epico, osannante, travolgente.
Il Cav. Uff. Ludovico Denza - Sostituto Procuratore Generale del Re così introduceva l'11 gennaio 1930 il suo discorso inaugurale dell'anno giudiziario (in archivio non ne abbiamo rintracciati di precedenti) l'ottavo dell'era fascista e il settimo dall'insediamento della Corte:
     "Eccellenze, Signori,
La voragine inesorabile dei secoli ha travolto un'altra particella infinitesimale della vita del cosmo, e sulle ceneri dell'anno benedetto, ottavo dell'era fascista, noi chiudiamo, come in un sacro rito, il bilancio del lavoro giudiziario compiuto nel largo ambito di questo Distretto durante l'anno che fu.
     Una ridda di cifre, scaturenti per mille rivoli dalla statistica, potrebbe congestionare questa modesta relazione, ma io mi propongo, perché più lieve e non asmatica riesca, di reclutare la minima parte dei numeri avulsi dalle annesse tavole e di soffermarmi soltanto su pochi argomenti di particolare rilievo e di palpitante attualità, poiché io penso che, mentre si forgiano i nuovi Codici, sarebbe davvero non altro che pomposa e quasi anacronistica retorica spezzare lance a favore di riforme che la scienza e la pratica han suggerito, l'illuminato Governo ha deciso e l'alta mente del Guardasigilli S.E. Rocco sta attuando.
     Laonde le critiche ed i voti, utili in altri tempi, non trovano più adatto luogo in un discorso inaugurale perché i Progetti dei Nuovi Codici (Penale e di Procedura Penale), il primo dei quali già trovasi presso la Commissione parlamentare, furono da S.E. il Ministro sottoposti, fra l'altro, allo studio delle Corti di Appello, della quale alta deferenza la Magistratura gli è grata, ed ogni Corte ebbe agio di sottoporre le proprie osservazioni.
      Tali nuovi Codici costituiranno certamente una delle colossali opere del Governo Fascista, che ben può dirsi all'avanguardia delle più ardite riforme reclamate dalle esigenze sociali dell'era moderna; arra sicura ne è il plebiscito di consensi riportato al Congresso Internazionale di Varsavia dal Progetto del nuovo Codice Penale, che ivi fu definito il più pregevole fra tutti quelli elaborati dalle varie Nazioni".

E poi conclude:

     "La colossale statua del Divino Poeta scorge presso le correnti di Flegetonte, quella "del gran Veglio di Creta", volta verso Occidente, "guarda Roma sì come suo spèglio", come presagio che la Città Eterna debba essere sempre la naturale sede della grande Monarchia e della vera Religione".
     Ed io sicuro d'interpretare i sentimenti di tutti i convenuti alla nostra cerimonia, penso di non poter meglio e più altamente auspicare alla grandezza d'Italia che con la felicissima invocazione di Carducci:
"O sole, fa che tu non possa niente di più bello e di più grande illuminare, che Italia e Roma".
      Con questi sentimenti, con questo augurio, io le chiedo, Eccellentissimo Signor Primo Presidente, di volere, nel Nome Augusto di S.M. il Re Vittorio Emanuele III, dichiarare aperto il nuovo anno giuridico".

Un linguaggio che oggi fa sorridere, ma che all'epoca era quello ufficiale delle grandi occasioni.
La nuova circoscrizione giudiziaria del regno fu decisa con il R. decreto del 24 marzo 1923 N. 601 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 19 aprile N. 92, di cui riproduciamo integralmente il testo unitamente alla tabella relativa alla composizione della Corte di Appello di Bari.
Le sorti del Palazzo di Giustizia di Bari per il vero hanno rappresentato sempre un cruccio per gli amministratori locali.
Dal 1923, giusto per avere un punto di riferimento, non vi è stato Consiglio Comunale che non si sia posto il problema di dare una sistemazione moderna e funzionale agli organi giudiziari.
Al primo posto sempre la ricerca di una sede capace di accorpare i vari uffici sparsi per la città, la cui dislocazione, come oggi, faceva sentire maggiormente il disagio agli addetti ai lavori.
Sino agli anni sessanta, tanto per citare un esempio, la Corte di Assise di Appello era allogata nell'edificio di Via G. Murat in condominio con la sede degli invalidi e mutilati di guerra, così come gli uffici della Pretura aveva trovato posto nella sede del palazzo delle Poste di Via Garruba.
Nel marzo 1942 il Sindaco Prof. Michele Viterbo così relazionava al Consiglio Comunale sulla materia:
"Ne consegue un'altra esigenza, già prospettata in questa aula fin dal 1937, all'allora Guardasigilli Eccellenza Solmi: quella che finalmente Bari abbia una sede degna per la sua Corte di Appello, che è l'orgoglio della città e per l'amministrazione della giustizia.
Il Comune ha frattanto provveduto ad affittare un ampio caseggiato in Via Principe Amedeo che è in corso di restauro e di sistemazione e che ospiterà il Tribunale per Minorenni.
Ampi locali per il Centro di Rieducazione per Minorenni vanno frattanto sorgendo a Via XXVIII Ottobre a spese del Ministero della Giustizia. Bari diventerà così sede di un degno istituto, adeguato ai bisogni della regione per la realizzazione delle norme della legge sulla prevenzione della delinquenza minorile.
Trattasi di opera di notevole importanza sociale che comprende i vari istituti dell'assistenza minorile, dal Tribunale dei Minori all'Istituto di osservazione, alla Casa di rieducazione, al riformatorio giudiziario ed infine al carcere dei minori".
Ancora nel 1956 il Sindaco Francesco Chieco:
"Altre opere ha richiesto nel quadriennio il Palazzo di Giustizia, nella misura di lire 125 milioni per riadattamenti e arredamenti, di cui riteniamo ci sia grata l'intera classe magistrale e forense, costretta da troppo tempo ad indecorose condizioni ambientali, che ne sminuivano persino le possibilità funzionali.
Veramente la questione del Palazzo di Giustizia sarebbe di assai maggior peso se qui dovessino affrontarla e sviscerarla.
Basterà tuttora ricordare quanto è stato fatto dalla nostra amministrazione per giungere ad un accordo con il Ministro della Giustizia e col Ministro della Difesa, al fine di ottenere il decentramento di tutti i Comandi militari ancora inseriti nel cuore della città e utilizzare in modo più confacente le aree rimaste in tal guisa disponibili.
Una di queste aree, precisamente quella ove sorge la Caserma Picca, dovrebbe a parere nostro, essere destinata alla costruzione del nuovo Palazzo di Giustizia".
Il Commissario Pasquale del Prete nel 1957:
"Non appena insediata, l'Amministrazione Commissariale si trovò ad affrontare il grave problema del nuovo Palazzo di Giustizia, per il cui finanziamento era stata pubblicata la legge N. 309 del 25 aprile 1957, che occorreva rendere al più presto operante.
Le difficoltà maggiori erano rappresentate dalla disponibilità di aree comunali ubicate in zone ritenute idonee all'importante edificio.
Già l'Amministrazione ordinaria, dopo aver costatato la impossibilità di conseguire la disponibilità dell'area occupata dalla Caserma Picca ritenuta la più idonea, si era orientata per l'utilizzazione di quella occupata dall'ex Ospedale Militare, compresa tra Piazza Massari e Via S. Francesco d'Assisi, della superficie di mq. 4280.
Furono perciò avviate concrete trattative con l'Autorità militare per la concessione del predetto vecchio edificio.
Frattanto per le definitive determinazioni sulla scelta dell'area, il 4 giugno 1957 fu indetta nella sede municipale una riunione dei Sig.ri Capi Uffici Giudiziari, dei Capi Uffici Tecnici del Provveditorato alle OO.PP. e del Genio Civile, e dei rappresentanti dell'ordine degli Avvocati e del Sindacato Forense.
I convenuti dopo aver esaminato tutte le possibili soluzioni e ponderati gli aspetti positivi e negativi di ciascuna di esse dovettero costatare che era da escludere la utilizzazione dell'area dell'ex Ospedale Militare poiché inferiore alla superficie minima prevista per la sede dell'immobile e sprovvista inoltre di altrettanta area circostante di rispetto per lo stazionamento delle macchine.
Apparve anche evidente l'impossibilità di ricostruire nella stessa sede del vecchio edificio scolastico adibito a Palazzo di Giustizia, il nuovo edificio sia per la insufficienza della superficie sia per la preclusione assoluta rappresentata dalla necessaria continuità della funzione giudiziaria.
Si stabilì quindi di costituire - seduta stante - un Comitato ristretto, con il compito di effettuare un sopralluogo sulle aree del Corso Mazzini (ex G.I.L.) e di Via Crispi - E. Fieramosca allora occupate dagli impianti sportivi dell'Angiulli e del Tennis.
Sulla base degli elementi acquisiti a seguito di tale sopralluogo detto Comitato alla unanimità ritenne che l'area comunale in concessione di uso ai circoli Tennis e Angiulli di mq. 9743 fosse la più idonea per la costruzione del Palazzo di Giustizia, anche perché in quell'epoca le aree di Corso Mazzini non erano in piena disponibilità del Comune pendendo il giudizio con il Commissario del G.I.L....
La necessità di mettere sollecitazione a disposizione dell'Amministrazione Statale il suolo prescelto comportò non lievi difficoltà per il trasferimento dei due sodalizi che su quei suoli - concessi in uso gratuito dal Comune, avevano costituito una adeguata attrezzatura per la propria attività.
L'Amministrazione Commissariale, d'intesa con i rappresentanti delle Società, procedette perciò all'acquisto di due appezzamenti di suolo al Corso Sicilia per il Tennis Club e alla Via Bitritto per l'Angiulli, con una "complessiva spesa di 20 milioni circa.....".
Abbiamo voluto far riferimento a dati ufficiali nel più ampio contesto della storia della Corte di Appello di Bari, per aver conferma, ove mai ve ne fosse bisogno, che da allora quasi nulla è cambiato per quanto concerne le sedi degli organi giudiziari la cui insufficienza, come si vede, viene da lontano e i cui rimedi continuano a sollevare polemiche e ad apportare disagi.

 
 
 
 
 
 
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